Dentro la Casa Bianca
Il Nyt svela faide e calcoli sulla Siria del team di Obama (annoiato)
Il senso della missione europea del segretario di stato americano, John Kerry, è stato dirottato, almeno nella sua fase pubblica, dalla scivolosa questione dello spionaggio fra alleati, fomentata dalle accuse estratte dal cilindro di Edward Snowden e presentate al mondo da Glenn Greenwald e compagni. A Parigi e Roma Kerry ha dovuto gestire anche le preoccupazioni degli alleati sui programmi di controllo della Nsa, lasciando che il dossier che era al centro del viaggio, quello siriano, sfilasse in secondo piano.
16 AGO 20

New York. Il senso della missione europea del segretario di stato americano, John Kerry, è stato dirottato, almeno nella sua fase pubblica, dalla scivolosa questione dello spionaggio fra alleati, fomentata dalle accuse estratte dal cilindro di Edward Snowden e presentate al mondo da Glenn Greenwald e compagni. A Parigi e Roma Kerry ha dovuto gestire anche le preoccupazioni degli alleati sui programmi di controllo della Nsa, lasciando che il dossier che era al centro del viaggio, quello siriano, sfilasse in secondo piano. Il cambio di prospettiva di Kerry è la rappresentazione plastica, e in questo caso involontaria, dell’atteggiamento ondivago dell’Amministrazione Obama sulla Siria, dove le accelerazioni improvvise sono sempre accompagnate da immediati ripiegamenti, passi indietro e depistaggi. Un lungo e informatissimo articolo del New York Times firmato da Mark Mazzetti e dal dream team dei cronisti della sicurezza nazionale mette in fila tutto quello che è successo dietro le quinte della Casa Bianca dall’inizio della guerra civile in Siria: le faida, i disaccordi, i cambi di posizione, le pressioni degli alleati, le indecisioni del presidente e le piroette di un team della Sicurezza nazionale in cui sembra impossibile persino tracciare una linea chiara fra i falchi e le colombe. L’Amministrazione ha problemi tanto con le linee esterne quanto con quelle interne. L’immagine che emerge da questo lungo retroscena è quella di un governo senza strategia, immerso in lotte di palazzo in cui gli attori cambiano posizione seguendo logiche di politica interna o di influenza personale. Obama alterna rari momenti di retorica decisionista a lunghe fasi di surplace in cui legge vecchi messaggi sul BlackBerry e mastica una gomma con sguardo assente mentre i consiglieri cercano di indovinare la posizione presidenziale dal “body language”, aruspici del linguaggio non verbale alla ricerca di segni chiarificatori. “In assenza di buone opzioni, alcuni hanno tirato fuori l’ipotesi del sostegno militare ai ribelli come soluzione transitoria, ma era tattica, non strategia”, dice Ben Rhodes, viceconsigliere della Sicurezza nazionale, inquadrando la regola, non un’eccezione, nella gestione della crisi siriana.
Susan Rice, consigliere della Sicurezza nazionale e capofila degli interventisti a tinte umanitarie, si è opposta a una soluzione – originariamente suggerita dalla Cia di David Petraeus – “che può portare gli Stati Uniti in un conflitto torbido che distruggerà l’agenda del secondo mandato”; le appassionate perorazioni di Samantha Power, ambasciatrice all’Onu, vengono seppellite da una risposta di Denis McDonough, capo di gabinetto e sostenitore di un insostenibile status quo. Dalla dialettica di palazzo non è emersa una sintesi, ma una congerie di compromessi dettati dall’opportunità. Le armi sono state consegnate ai ribelli, ma in modo tardivo e in misura inadeguata; gli addestratori hanno iniziato il training del Free Syrian Army, ma il compito è stato affidato alla Cia – per poter negare più facilmente un coinvolgimento nel caso l’operazione sfugga di mano – che procede sotto copertura e a ritmo lentissimo. La soluzione diplomatica offerta dalla Russia e approvata dall’Onu è stata l’ennesima possibilità abbrancata dall’Amministrazione per evitare una decisione. La visita di Kerry, che a Londra ha incontrato il consiglio delle 11 nazioni che sta organizzando la nuova conferenza di Ginevra, va letta in un contesto dove l’opposizione siriana – o almeno ciò che è rimasto dopo l’esodo verso il più efficace fronte di al Nusra, affiliato di al Qaida – non vuole nemmeno sedersi al tavolo delle trattative se l’America non s’impegna a rovesciare il governo di Bashar el Assad. Un contesto in cui la Russia, broker dello smantellamento delle armi chimiche del regime, continua a fornire armi convenzionali all’alleato, come ha raccontato Eli Lake, cronista del Daily Beast.
Le frizioni con Israele e Arabia Saudita
Sullo sfondo dello scenario c’è, naturalmente, l’Iran, regime che indossa vestiti nuovi per apparire presentabile agli occhi dell’occidente e che è sempre al centro delle paure di Israele e Arabia Saudita. Il capo dell’intelligence di Riad, Bandar bin Sultan, ha già fatto capire che l’atteggiamento dell’America sulla Siria – e quindi sull’Iran – sta logorando i proficui rapporti di collaborazione. Kerry ha incontrato ieri a Roma il premier israeliano, Bibi Netanyahu, che ha reiterato la sua posizione dura sui negoziati nucleari con l’Iran: “Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto, mettendo ancora una volta il dito in una piaga internazionale nata nei corridoi di Washington.
Le frizioni con Israele e Arabia Saudita
Sullo sfondo dello scenario c’è, naturalmente, l’Iran, regime che indossa vestiti nuovi per apparire presentabile agli occhi dell’occidente e che è sempre al centro delle paure di Israele e Arabia Saudita. Il capo dell’intelligence di Riad, Bandar bin Sultan, ha già fatto capire che l’atteggiamento dell’America sulla Siria – e quindi sull’Iran – sta logorando i proficui rapporti di collaborazione. Kerry ha incontrato ieri a Roma il premier israeliano, Bibi Netanyahu, che ha reiterato la sua posizione dura sui negoziati nucleari con l’Iran: “Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto, mettendo ancora una volta il dito in una piaga internazionale nata nei corridoi di Washington.